Le strade di Mario

Hikikomori: il cuore in una stanza

di Carlo Noviello

Da alcuni anni sentiamo sempre più spesso parlare del fenomeno degli Hikikomori. Ma cosa significa e di cosa esattamente stiamo parlando?

Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente “stare da parte, isolarsi”. Viene utilizzato per indicare quei giovani che scelgono di ritirarsi completamente dalla vita sociale, rinchiudendosi in casa, e più precisamente nella propria stanza, che diventa così un luogo non solo completamente inviolabile, ma addirittura l’unico luogo della casa nel quale essi vivono. Da questo luogo tendono a non uscire quasi del tutto, né per lavarsi, né per mangiare.

Il fenomeno è nato in Giappone (da qui l’utilizzo del termine) e sembra colpire quasi esclusivamente maschi. Molte sono le motivazioni che vengono prese in considerazione per giustificare questa particolarità di genere: il contesto familiare giapponese che vede il padre come figura quasi completamente assente e, nel contempo, la presenza iperprotettiva della madre; l’enorme pressione della società giapponese sui giovani, affinché questi abbiano successo nella vita, spingendo i ragazzi a rifiutare la società intera. Il fatto che i maschi sono tendenzialmente orientati a lasciare la propria famiglia in gioventù, a differenza delle ragazze che, invece, tendono a restare in famiglia fino al matrimonio. Quest’ultima considerazione comporta che spesso non sia valutato nel giusto modo il fenomeno al femminile, motivando la permanenza in casa della ragazza con la “normalità dell’attesa delle nozze”.

Nei primi anni del nuovo millennio il fenomeno ha preso ad essere individuato anche nel cosiddetto mondo occidentale, in particolare in America e in Europa, anche se spesso viene confuso con la dipendenza da internet. Una ricerca ha stimato che in Italia un ragazzo su duecentocinquanta sia soggetto a comportamenti a rischio di reclusione sociale. Negli ultimi anni, secondo la Società Italiana di Psichiatria, circa 3 milioni di italiani tra i 15 e i 40 anni soffrivano di questa patologia. Come detto, però, spesso si fa confusione con la cultura nerd o la dipendenza da Internet: a questo proposito vale la pena ricordare che si stimano 240.000 adolescenti italiani che trascorrono più di tre ore al giorno tra Internet e videogiochi.

In uno studio di qualche anno fa, si evidenziava la correlazione tra lo stato di hikikomori e la presenza di disturbi mentali secondari, con cinque casi sui ventisette che presentavano un alto disturbo pervasivo dello sviluppo, dodici presentavano disturbi come depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, della personalità o leggera disabilità intellettiva, dieci casi presentavano il disturbo nella sua forma principale, senza alcun disturbo mentale evidente.

In Giappone si è cercato di porre rimedio alla enorme impatto del fenomeno sulla società con due tipi di approccio: uno sanitario, con visite psichiatriche ed eventuale cura farmacologica; l’altra, invece, puntando sul reinserimento sociale dell’individuo, con il coinvolgimento di enti no profit, attraverso un supporto psicologico e con il possibile inserimento dei ragazzi in comunità.

Resta il fatto che questa problematica sta diventando anche nel nostro Paese un problema sociale di non poco rilievo. Sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista sociale molti stanno cominciando a porsi la necessità di intervenire ancora prima che il problema diventi un’emergenza così come in Giappone. Come spesso accade, i primi a darsi da fare sono stati gli stessi genitori, tanto che non sono poche le associazioni che si sono costituite in questi anni. Tra queste “Hikikomiri Italia” è quella più conosciuta.

Illustrazione: “La pubertà” di Edvard Munch

Comment here