di Roberta Varsavia
Il taglio del nastro avvenne il 28 aprile del 1937 alla presenza di Benito Mussolini e dall’allora direttore dell’Istituto della Luce, ma la storia degli stabilimenti di Cinecittà viene da più lontano e ha le sue radici nella gloriosa vicenda della casa di produzione Cines e passione di Luigi Freddi, direttore generale della cinematografia fascista dal 1934. Alla soglia degli 80 anni, Cinecittà resta un mito che è ormai un brand di risonanza mondiale.
La parola Cinecittà fa parte da più di 50 anni di un lessico mondiale che evoca grande cinema, professionalità da Oscar, emozioni felliniane, kolossal americani, insomma l’idea stessa del grande schermo. Quando Luigi Freddi cominciò a coltivare l’idea degli studi nazionali, il regime fascista aveva già messo a punto da tempo la macchina del consenso mediatico, sfruttando al meglio la qualità tecnica di operatori e montatori nella propaganda di regime dei cinegiornali Luce. Fu così che la società di “Cinecittà” vide la luce due anni prima degli studi sulla via Tuscolana. Nel 1938 Cinecittà era interamente pubblica e per il fascismo divenne la fucina dei talenti e una scuola di arti e mestieri nell’arte moderna del secolo.
Ancora oggi Cinecittà trasmette l’idea di una “grande incompiuta”, fin dal suo portale che riecheggia le linee dell’architettura razionalista e futurista, anche se sembra appoggiato sul nulla, nonostante l’elegante restauro di pochi anni fa; a percorrerne i lunghi viali si annusa un’idea di non finito o di memoria del passato lentamente catturata da piante e sterpaglie. I segni della gloria sono ancora presenti, basti pensare che qui sono ancora visibili le costruzioni di “Gangs of New York”, che qui ha il suo laboratorio il pluripremiato Dante Ferretti, che negli studi si è parcheggiata per anni la produzione del kolossal televisivo “Rome”.











