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Il caso Carboni, primo suicidio assistito in Italia

di Francesca Citro e Graziano Concilio

È morto “Mario”, ossia Federico Carboni (nella foto)  il primo ad ottenere il via libera al suicidio assistito autorizzato in Italia. Una vicenda paradigmatica per vari aspetti, dal rovesciamento – per i credenti – dell’ordine naturale stabilito da Dio, alla strumentalizzazione della sofferenza per portare avanti processi rivoluzionari e iniqui. Mentre migliaia di famiglie continuano nel silenzio a prendersi cura dei loro cari.

Carboni a seguito di un incidente stradale rimase completamente paralizzato per dodici anni. Non volle andare in Svizzera per accedere al suicidio assistito, ma volle creare un caso in Italia.

Dopo venti mesi di battaglia legale Carboni è morto procurandosi la morte tramite un preparato letale ed un macchinario del costo di cinquemila euro, acquistato grazie alle donazioni di molti sostenitori dell’eutanasia.

Federico era allo stremo delle forze tanto che ultimamente pensava a questo gesto più volte al giorno, perché aspettare avrebbe solo significato continuare a soffrire.

Sul fronte antropologico ciò che si vuole per il fatto stesso che si vuole è bene, ma si passa troppo facilmente dal rispetto alla strumentalizzazione.

A volte diventa talmente difficile stare al mondo che non si può definire vita motivo per cui si prendono queste decisioni, anche se comunque non a cuor leggero perché come sempre il vero senso della vita è la vita stessa.

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