di Delva Della Rocca
In un punto davanti al “Marine Energy Laboratory” dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, dove lo stretto di Messina si trasforma in un laboratorio, nasce “Fama”. E’ lì che galleggia un modulo produttivo che assomiglia più a un’astronave posata sull’acqua che ad una serra tradizionale che nasconde, sotto il suo design curato, un’idea ambiziosa: produrre cibo senza consumare terra, senza sprecare acqua dolce, senza bruciare fossile.
Maria Teresa Russo, professoressa di Chimica degli alimenti e Tech4you – Spoke 3
leader dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria afferma che questo progetto nasce con l’obiettivo di trovare soluzioni per combattere la fame nel mondo e consentire l’accesso al cibo anche in quei luoghi dove il suolo non è disponibile, dove non c’è acqua dolce e dove l’energia non è accessibile.
Il programma è finanziato dal Ministero della ricerca attraverso il Pnrr che unisce le tre Università calabresi, l’Università della Basilicata, il Cnr e una rete di imprese e centri di ricerca, con un obiettivo dichiarato: rendere il Mezzogiorno protagonista delle tecnologie per la sostenibilità mitigando l’impatto del cambiamento climatico.
Per coltivare serve terra, per irrigare serve acqua dolce, per far funzionare tutto serve energia dalla rete; ma la piattaforma galleggiante, smonta questo processo, perché l’acqua dolce arriva desalinizzando quella del mare che la circonda, l’energia viene da fonti rinnovabili in autosufficienza e la terra non c’è; al suo posto c’è uno specchio d’acqua marino che diventa superficie produttiva. Il risultato è cibo dal mare senza consumare la terra, acqua dolce ricavata da un enorme serbatoio salato, energia pulita da fonti rinnovabili, in una logica che trasforma il mare da risorsa da sfruttare a risorsa rigenerativa.
Fama è un’arca alimentare capace di auto-regolarsi. E’ dotata di sensori evoluti e sistemi di controllo da remoto gestiti dall’intelligenza artificiale che monitorano in tempo reale temperatura, umidità, disponibilità d’acqua ed energia, adattando il microclima interno alle esigenze delle colture. Anche gli scarti trovano una seconda vita diventando nutrimento per le stesse piante che la piattaforma coltiva, in quanto il progetto si ispira alla logica dell’economia circolare, chiudendo così un ciclo che altrove si limita a produrre rifiuti.
Fama non è pensata per restare un prototipo isolato. La visione della professoressa Russo guarda oltre, perché trattasi di un seme di una visione molto più ampia, che punta alla creazione di vere e proprie isole dedicate alla produzione di cibo nello sconfinato spazio marino, piattaforme modulari, trasferibili in contesti costieri diversi, capaci di adattarsi e moltiplicarsi.
Con fama, l’Università Mediterranea di Reggio Calabria si candida ad essere qualcosa di più di un ateneo che partecipa al Pnrr: diventa un ponte tra ricerca applicata e territorio, capace di generare occupazione altamente specializzata e nuove competenze in una regione che troppo spesso viene raccontata solo per le sue difficoltà.
La scommessa è che il Mediterraneo, culla di civiltà agricole millenarie, possa oggi reinventarsi come laboratorio d’avanguardia dell’economia blu europea, un luogo dove il futuro del cibo si sperimenta, letteralmente sull’acqua.











