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Ricordando Paolo Borsellino e il bisogno di verità…

di ANTONIO ZITO

A trent’anni dalla morte di Paolo Borsellino in via D’Amelio con cinque agenti di scorta (Agostino Catalano,Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Cludio Traina, ed Emanuela Loi, una delle prime agenti di scorta donna in Italia), ancora non si è fatta piena luce su chi ha dato l’ordine di uccidere il giudice Borsellino. Ancora si discute sulla veridicità dei testimoni interrogati dalla polizia, sulla scomparsa della agenda rossa che Paolo portava sempre con se, anche il giorno dell’attentato e che non è stata più ritrovata.

Dove potrebbe trovarsi la spiegazione di molti misteri riguardanti in particolare modo le relazioni tra Cosa Nostra e lo Stato. Tutto fa credere che ci siano avvenuti depistaggi da parte di organi deviati dello Stato. La famiglia di Paolo Borsellino fin dall’inizio non partecipò ai funerali di stato che come tanti accorsi alla commemorazione quel giorno ai funerali non condivise le spiegazioni ufficiali ritenendo che non si fosse fatto abbastanza per proteggere Paolo.

A quei funerali più di diecimila persone in gran parte manifestarono contro le autorità perché era chiaro che la mafia non si limitava a eludere le forze dello stato ma le attaccava frontalmente. Quel giorno la folla inferocita forzò gli sbarramenti della polizia per manifestare il suo sdegno fino a spintonare il capo della polizia e a far proteggere anche il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Ancora oggi quella rabbia non è sopita e richiede verità per un fedele servitore dello stato. La stessa verità che dopo trent’anni viene ancora negata, e che la famiglia di Borsellino, con una dura presa di posizione, continua a pretendere a gran voce.

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