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EXTRANEWS – I “figli del fato”

di Luca Consiglio

Il primo è il maghetto più famoso della letteratura contemporanea e della cinematografia dell’ultimo ventennio; il secondo è il ninja più imprevedibile dell’omonimo manga e anime. Harry Potter e Naruto, figli rispettivamente della penna di J. K. Rowling e di Masashi Kishimoto, sono nati a cavallo fra il XX e il XXI secolo, catalizzando l’attenzione di almeno due generazioni.

La storia dei futuri eroi sembra intersecarsi in diversi punti, creando rilevanti affinità nella loro evoluzione sociale ed emotiva. Ad aspetti marcatamente personali come solitudine, affetti e crescita individuale, si aggiunge però una dimensione fatalista, rintracciabile sia all’inizio, con la morte dei rispettivi genitori, che alla fine, come compimento di una profezia.

Difficilmente si riesce a comprendere quanto possa essere straziante non potersi ricordare di quel poco tempo in cui il sacrificio dei propri genitori non coincideva ancora con l’inizio della propria storia. Il ricordo, in tal senso, diventa ancor più doloroso, in quanto risultato dell’esperienza altrui: appartiene a Harry Potter e Naruto soltanto come elemento esterno, privo di autentica intimità. La solitudine aveva già gettato un’ombra sull’esistenza dei giovani eroi, dalla quale non si sarebbero potuti nascondere in nessuna maniera a tale dolore. Paradossale che il vuoto affettivo lasciato dalla morte dei propri genitori sia stato riempito proprio dalla solitudine, l’unica sagoma familiare alla quale affezionarsi.

Certamente i contorni che definiscono la solitudine dei due ragazzi non sono qualitativamente identici. Nel primo caso, quella che si trova ad affrontare il maghetto è un tipo di solitudine che ha la stessa forma dell’invisibilità. Harry abita con gli zii materni e il cugino, ma la sua esistenza è limitata allo sgabuzzino nel sottoscala, all’interno del quale è costretto a trascorrere la maggior parte del tempo. Egli rappresenta l’elemento estraneo che mina costantemente l’idea della perfetta famiglia inglese medio-borghese.

Anche quella di Naruto è una solitudine che condensa la sensazione di sentirsi invisibili, ma ha origine non tanto dal bisogno di apparenza quanto dalla paura.

L’ostracismo subito dal piccolo ninja a opera degli abitanti del Villaggio della Foglia ha le sembianze di un groviglio inestricabile di odio, timore e insofferenza. La sua colpa è quella di portarsi dentro un demone, sigillato attraverso il sacrificio dei suoi genitori per scongiurare il pericolo che il villaggio venisse completamente distrutto da esso.

Compagni, professori e sensei con il tempo alleggeriranno il fardello di una solitudine per troppo tempo assecondata. Gli affetti riempiranno quel vuoto che talvolta ha corso il rischio di inondarsi d’odio, senza tuttavia affogare la volontà di credere nel bene. La solitudine, ha insegnato loro quanto è importante sapere di contare sugli altri e che gli altri sappiano di poter contare su di te.

Nella sfortuna di crescere senza genitori può accadere di incontrare sul proprio cammino, presto o tardi, una figura sulla quale riversare quell’affetto apparentemente perduto. Il cuore torna a battere con maggior forza, pulsando attraverso le vene il desiderio di sentirsi amati, protetti; un desiderio a lungo ignorato, al fine di sopravvivere al dolore di quel pensiero.

Lungo la propria strada, sia Harry Potter che Naruto si imbatteranno in una figura paterna alla quale affezionarsi oltremodo: il primo la troverà in Silente, il preside di Hogwarts, mentre il secondo la troverà in Jiraiya, uno dei tre ninja leggendari.

Quel tipo di amore che si veste di fiducia, comprensione, amicizia, appartenenza, eredità spirituale. Quel tipo di amore che cancella in poco tempo anni di solitudine, ormai troppo ingombranti per portarseli addosso.

La figura paterna assume dunque il fondamentale ruolo di guida nella crescita individuale del ragazzo, oltretutto durante un’età in cui si inizia a costruire il proprio sistema di valori. L’adolescenza è una fase critica, nella quale, oltre ai tratti somatici, si modifica la psiche; il modo di pensare perde gradualmente la componente fantastica e, altrettanto gradualmente, acquista la componente logico-razionale. In assenza di una figura che aiuti il ragazzo in questa delicata fase di transizione, o peggio, in presenza di una figura che ne corrompa lo sviluppo, la difficoltà di raggiungere un equilibrio psico-emotivo nella fase adulta aumenta drasticamente.

In questo senso, sia Silente che Jiraiya si riveleranno fondamentali per Harry e Naruto. La loro importanza si rivelerà, paradossalmente, proprio in seguito alla loro morte. Stavolta la perdita assume una forma diversa: è reale, una ferita aperta nello spirito. Il dolore di una simile perdita non è filtrato dal ricordo di ciò che non si è potuto vivere – quello dei propri genitori – ma accende, in un’esplosione di sofferenza, tutti i sensi: dal suono incoraggiante della voce, alla pacca confortevole sulla spalla.

Il dono più grande fatto da questi a Harry Potter e Naruto è quello di aver fornito loro gli strumenti per elaborare il lutto derivato dallo loro stessa scomparsa. Cedere all’odio sarebbe stato facile, considerando il principio di magnetismo che lo attrae a partire dal polo del dolore. Ma l’amore ricevuto non aveva solamente riempito il vuoto della solitudine, aveva anche fornito un effetto cicatrizzante sul dolore che sarebbe seguito da lì in poi, compagno irriducibile dell’esistenza.

Naruto perdonerà Pain per aver ucciso il suo maestro, liberandosi una volta per tutte dal proprio odio. Harry farà lo stesso, rivolgendo uno sguardo compassionevole a un morente Severus Piton, ancor prima di sapere la verità contenuta nelle sue lacrime amare.

Un fulmine sulla fronte così come un sigillo ottagonale sul ventre: a volte il destino ti marca così stretto che si intravede persino sopra la propria pelle. Fulmine e sigillo, marchi quasi-genetici dei protagonisti, sono di fatto i rispettivi simboli dell’inizio di una storia tratteggiata dalla medesima penna del fato.

Harry Potter e Naruto dovranno fare i conti con la responsabilità di essere “il ragazzo della profezia”. Quella relativa al giovane mago è una profezia pronunciata da Sibilla Cooman allo stesso Silente, nella quale si parlava di un bambino che avrebbe sconfitto per sempre il Signore Oscuro. Il preside di Hogwarts, come un deus ex machina alla luce del sole, favorirà – talvolta in modo ambiguo – il destino in serbo per il suo meraviglioso ragazzo sino alla fine.

Quella legata al ninja di Konoha è una profezia pronunciata dal Sommo Rospo Eremita Ogama a Jiraiya. Un giovane allievo dello stesso Jiraiya avrebbe determinato la salvezza o la distruzione del mondo e le azioni del ninja leggendario, in termini di guida spirituale, sarebbero state fondamentali nell’esito di questo dilemma.

Le profezie, prima di agganciarsi alla vita dei protagonisti, influenzeranno coloro che si trovano travolti in modo collaterale da queste.

Così Jiraiya, durante la Terza Guerra Ninja, si fermerà ad allenare quello che credeva sarebbe stato il bambino della profezia: Nagato Uzumaki. Solo dopo aver conosciuto e allenato Naruto capirà il senso più profondo di quella profezia. Naruto scaccerà via dal mondo il dolore portato da Pain-Nagato. Sarà soltanto l’inizio del compimento della profezia.

Il destino che lega Lord Voldemort a Harry Potter è ancora più inestricabile, perché il proferimento della profezia è causa determinante nella realizzazione della stessa. Il Signore Oscuro, venuto a conoscenza di una parte della profezia, contribuirà involontariamente a creare il destino di Harry e, in un certo senso, anche il proprio.Spinto dal desiderio e dalla necessità di uccidere il bambino della profezia, Voldemort battezzerà Harry Potter come quel bambino e lo indicherà come suo pari, dando vita ipso facto alla profezia stessa.

C’è soltanto un momento, quasi invisibile, in cui il destino dei nostri eroi diverge, quasi come se quello stesso treno in partenza da King’s Cross seguisse due binari paralleli seppur non identici.

Harry Potter non potrà salvare neanche quella parte di anima di Voldemort che risiedeva nascosta dentro di lui come Horcrux, perché – come dice Silente – è «qualcosa che è al di là del nostro aiuto».

Anche Naruto dovrà fare i conti con una presenza malvagia dentro la propria psiche, una specie di Horcrux, volendo fare un paragone: Kyuubi, il Demone a Nove Code. Il ninja, complici anche differenti esigenze di trama, riuscirà a privare dell’odio quel mostro ora “non più così mostruoso”: riuscirà a salvarlo. Ancora, farà lo stesso con Obito, la Volpe infine con Sasuke.

Toccati dal fato, costretti alla solitudine prima e accompagnati dagli affetti poi: una storia a lieto fine non cancella l’importanza delle tappe da percorrere per una crescita che dia modo di sviluppare un determinato modo di pensare il mondo, un determinato modo di pensare nel mondo.

Naruto e Harry Potter sono certamente figli della profezia, nonché figli del fato. Ma sono anche figli della propria volontà individuale, che non appartiene al destino: è responsabilità umana.

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