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Report ²: Andrea Pazienza, “oggi nasco e vivo per sempre”

di GIANFRANCO DE BIASI

Andrea Pazienza lo ripeteva da qualche parte. Preannunciando l’assoluto dell’arte, della sua arte caduta incidentalmente sino ai suoi 32 anni di età. ‘Vivo per sempre’ è nella durata del segno lasciato dal suo breve passaggio su questa Terra: un segno che ha rivoltato il modo di narrare a fumetti, di illustrare, di disegnare, di vivere e fare satira. Invero era un poeta. Che col linguaggio amava farci a cazzotti.

Deviava parole e scartava sensi creando nuovi sentieri. Infatti non andava dietro a nulla e a nessuno poichè era lui a fare da apripista. Un genio. Andrea pazienza era un poeta autentico, Di quelli capace di tirare fuori dal cilindro magico del suo animo qualsiasi forma o emozione si assegnasse. Un disordinato accurato, uno che saltava da progetti ad idee col fare del funambolo che ha fretta di attraversare il filo sospeso del proprio vuoto; fermarsi e guardarci dentro è quello che lo ha sottratto a questa vita, tragicamente, incontrando in una pera di eroina la luce della fine. Chi ha seguito le vicende narrate da Pazienza ne ha condiviso stili e sarcasmo, esperienze e maledizioni. Esploratore ostinato anche in terre note, si dovevano reinventare geologia e geografia, toponimi dell’animo e lande di solitudine, così come si faceva con il linguaggio, come si fa con la terra, tutto doveva essere rivoltato. Generazioni di ribelli e di imbelli si sono riconosciuti sotto il suo segno, commentandolo e ridendo assieme alle storie dei suoi personaggi: le uscite a puntate delle sue avventure (Zanardi e tutto quanto il resto) erano sempre una sorpresa che venivano, appunto, commentate in gruppo, come se le le storie appartenessero a ciascuno dei suoi lettori.

E spesso diventavano cliché, modi di dire, espressioni che si ripetevano col sorriso idiota che ritrovavi sul volto dei suoi protagonisti e dei suoi lettori, per una canna in più o uno sballo in meno. Una gioventù bruciacchiata, fottuta per essere giunta in ritardo all’appuntamento con la storia. Una gioventù che, però, sapeva leggere ancora tra le righe e intuiva che la moltiplicazione del senso e l’accelerazione delle cose, il bombardamento e l’istupidimento sociale mediatico, in epoca in cui ancora non era apparso il web, bussava alle porte infrangendo e violentando sogni.

Ora, di Pazienza si sa quasi tutto, è stato detto tutto, forse…Forse non è stato detto che, dopo Pasolini, è l’ultimo poeta che non ha accarezzato le parole ma ci ha fatto la guerra, non ha disegnato storie ma folgorato emozioni. Forse, se non fosse morto come Pompeo (il suo alter ego che si suicida) avremmo una voce lucida e intelligente, una matura visione delle cose da lui donata e che ci accompagnerebbe ancora ma, non avremmo compreso che, nel suo caso, vale in modo assoluto una legge non scritta e che non regola universi ma ci è intimamente nota: le emozioni hanno una durata perenne – a fronte di un tempo finito – e Andrea Pazienza incarna più di tanti artisti questo assunto. Poiché siamo ancora qui a scontare il suo segno e a studiare i suoi disegni. Andrea si è voluto fermare in quel bagliore che ha divinato la sua morte. Non appartenersi più è stato il suo dono più grande trasfigurato nella sua opera-capolavoro tremenda: “Pompeo”. Non sarebbe dovuta andare così. Era un suo stesso auspicio. Ma è finita così: “oggi nasco e vivo per sempre”…

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