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Psichiatra italiano lancia l’Anime Therapy in Giappone: “Aiuta a curare i disagi delle persone”

di LUCA CONSIGLIO 

Migliorare la propria esistenza grazie ai manga? Si può. Francesco Pantò, psichiatra italiano di 33 anni originario della Sicilia, è il protagonista di una straordinaria sperimentazione clinica in Giappone: curare la depressione giovanile attraverso gli anime. Un progetto che nasce dalla sua storia personale e che ora sta prendendo forma concreta grazie a una collaborazione tra l’Università della città di Yokohama e la Dai Nippon Printing Co.

Cresciuto in Sicilia, Pantò fu vittima di bullismo perché preferiva gli anime come Sailor Moon al calcio. Dichiara: “ero timido e introverso”, continua ancora “molte persone mostrano una reazione negativa quando si parla di anime e videogiochi ma io sono stato in grado di vedermi obiettivamente e accettare le mie debolezze, grazie agli anime” ricorda ancora oggi parlando in giapponese fluente. A 11 anni decise che avrebbe vissuto in Giappone.

Dopo essersi laureato in medicina a Roma e aver studiato giapponese da autodidatta memorizzando 4.000 kanji (caratteri di origini cinesi) in tre mesi, (impresa lodevole per una persona), è arrivato in Giappone nel 2015. Ha superato gli esami per la licenza medica giapponese nel 2018, solo sette anni dopo aver iniziato a studiare la lingua, oggi lavora come psichiatra in diverse cliniche nell’area di Tokyo.

L’idea rivoluzionaria di Pantò è ora realtà. Dichiara: “gli anime giapponesi sono complessi e profondi, penso che ci siano persone che possono essere aiutate con la potenzialità della loro narrazione“, spiega lo psichiatra, che nel 2022 ha già pubblicato un libro in giapponese intitolato “Anime Therapy”.

Il test clinico coinvolgerà circa 20 persone tra i 18 e i 29 anni. Psichiatri certificati o psicologi clinici del progetto assumeranno il ruolo di uno dei sei personaggi anime ideati da Pantò: una sorella maggiore, una sorella minore, una madre, un principe, un fratello minore e uno zio attraente. Tutti i personaggi hanno le proprie lotte e problemi, rendendoli empatici e accessibili.

I professionisti, in costume e usando un modificatore vocale, converseranno online con i partecipanti. Dopo aver scelto il personaggio che sarà il loro counselor, i giovani parteciperanno a due sessioni di 60 minuti a settimana per 4 settimane. Il team di ricerca studierà la sicurezza e la fattibilità di questo approccio, raccogliendo dati sui cambiamenti nei punteggi relativi alla depressione, la soddisfazione con le sessioni, il livello di fiducia sviluppato con il counselor, oltre ai modelli di battito cardiaco e sonno durante il periodo di test.

Il progetto risponde a un’emergenza reale: secondo uno studio, circa il 75% delle persone sotto i 25 anni in Giappone soffre di qualche problema psicologico. Il suicidio è la principale causa di morte tra gli adolescenti e i ventenni giapponesi, e il paese ha il più alto tasso di mortalità per suicidio tra le nazioni del G7. Uno studio governativo ha rilevato che il 43% dei giapponesi ventenni si sente alienato.

“Molti giovani adolescenti e ventenni hanno problemi psicologici ma hanno pochissime opzioni per accedere facilmente a servizi medicalmente appropriati”, spiega Mio Ishii, professoressa assistente di psichiatria alla YCU che guida il progetto insieme a Panto. “C’è bisogno di sviluppare servizi che i giovani possano usare quando avvertono questo tipo di problemi”.

L’obiettivo finale è diffondere l’uso di questo tipo di counseling come prescrizione sociale per migliorare la qualità della vita dei giovani giapponesi, utilizzando il potere narrativo degli anime per abbattere le barriere psicologiche che impediscono a molti di cercare aiuto. Un approccio innovativo che unisce la cultura pop giapponese alla psicoterapia moderna, nato dall’intuizione di un italiano che ha trovato se stesso proprio grazie agli anime.

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