di FRANCESCA CITRO
Meredith Kercher era una studentessa inglese che si trovava in Italia per partecipare al programma Erasmus presso l’Università per Stranieri di Perugia. Fu ritrovata priva di vita nella propria camera da letto, all’interno della casa che condivideva con altri studenti. La causa della morte fu un’emorragia provocata da una ferita al collo, inferta con un oggetto acuminato utilizzato come arma.
Per il concorso nell’omicidio fu condannato in via definitiva, con rito abbreviato, Rudy Guede. Furono inizialmente condannati anche Amanda Knox e Raffaele Sollecito, che all’epoca erano fidanzati, ma entrambi vennero successivamente assolti in via definitiva. Il caso è ricordato a livello internazionale per l’enorme risonanza mediatica che ha suscitato.
A vent’anni dal delitto, Amanda Knox è stata intervistata da Silvia Toffanin a Verissimo, il 27 settembre 2026. Amanda è stata assolta definitivamente nel 2015. «La libertà va scelta ogni giorno»: questo è, in sostanza, il messaggio che emerge dalle sue parole a vent’anni dal delitto. Oggi cerca di vivere senza amarezza, soprattutto dopo il difficile percorso affrontato, non soltanto durante la detenzione.
Patrick Lumumba, che all’epoca era il datore di lavoro di Amanda, non ha più voluto incontrarla. Rudy Guede, invece, è stato condannato a sedici anni di reclusione; prima del delitto, aveva già avuto precedenti.
Le prove contro Amanda e Raffaele sono state oggetto di numerose analisi e controversie. Nel 2011, al termine del processo d’appello celebrato in Italia, arrivò la loro assoluzione, successivamente annullata dalla Corte di cassazione. L’assoluzione definitiva giunse nel 2015.
Si potrebbe pensare che, con la fine del processo, si sia concluso anche un lungo incubo. In realtà, per i due giovani e per le loro famiglie è stato necessario ricostruire le proprie vite. Nonostante il buon ricordo di Meredith e la giovane età di Amanda, rimangono ferite profonde da affrontare. Tra queste, il peso di essere stati definiti «amanti diabolici» anche per essersi abbracciati nel tentativo di sostenersi a vicenda, in un momento drammatico.
Il 5 novembre l’attenzione degli inquirenti si concentrò su Amanda, come dimostra l’interrogatorio durato un’intera giornata, durante il quale le venne chiesto di ricostruire gli avvenimenti. Sotto pressione e dopo molte ore di stanchezza, Amanda firmò una dichiarazione senza sapere che sarebbe stata condotta in carcere. Successivamente, la posizione di Raffaele cambiò e tutti i giovani coinvolti finirono sotto accusa. Anche Lumumba venne arrestato, nonostante l’assenza di prove a suo carico. Di fronte a conseguenze tanto gravi, le scuse, da sole, non possono bastare a cancellare il dolore provocato.
Il caso giudiziario si è concluso, ma Amanda ricorda ancora il crollo emotivo vissuto in carcere, dopo una visita della madre. Non poterla vedere liberamente rappresentava un’ulteriore sofferenza. In situazioni simili, racconta, bisogna trovare la forza di sopravvivere un giorno alla volta.
Per ottenere giustizia, Amanda ha dovuto attendere anni, trascorsi anche in isolamento. Per combattere la solitudine, cantava e studiava, mantenendo viva la speranza di poter tornare presto a casa. Per un periodo ha persino pensato al suicidio. Oggi, invece, desidera vivere con semplicità, riscoprendo il valore della quotidianità.
Rudy Guede è rimasto in secondo piano nel racconto mediatico del caso, nonostante la condanna per l’omicidio di Meredith. Il suo nome è stato inoltre associato a un altro caso di violenza avvenuto a Viterbo, una vicenda rimasta nell’ombra e di cui, secondo quanto raccontato, si parla poco.
Nella prima sentenza, Amanda era stata condannata a 26 anni di reclusione, mentre Raffaele Sollecito aveva ricevuto una condanna a 25 anni. L’assoluzione del 2011 fu accolta con grande emozione. Tuttavia, a causa dell’enorme attenzione mediatica, i due non riuscirono a tornare immediatamente alle proprie abitazioni, assediate dai paparazzi. Furono quindi ospitati da una zia e, in quel periodo, ricevettero un forte sostegno anche dagli Stati Uniti.
Nell’immaginario collettivo è rimasta soprattutto l’immagine della ragazza accusata di omicidio. Il carcere, però, ha segnato profondamente la sua crescita personale. Oggi Amanda è una donna che non vive più con la paura di tornare in prigione, ma che continua a cercare giustizia e non vuole che la verità venga nascosta.
Attraverso la stand-up comedy, Amanda è passata dall’essere una delle protagoniste di quello che considera un clamoroso errore giudiziario a una figura nuovamente al centro dell’attenzione pubblica. Oggi deve anche affrontare il difficile compito di spiegare ai propri figli le critiche e l’indignazione che ancora accompagnano la sua storia.
Ciò che non è mai venuto meno è il dolore per la famiglia di Meredith. I suoi familiari sono feriti e arrabbiati, sentimenti che meritano rispetto, anche se Amanda ritiene che siano rivolti alla persona sbagliata.
Non si tratta di normalizzare la violenza contro le donne, ma di ricordare che al centro di questa vicenda c’è stata soprattutto una vita innocente spezzata.
Il rapporto tra Amanda e Raffaele, oggi, è caratterizzato da un affetto profondo, nonostante le loro vite abbiano preso strade diverse. I due hanno anche compiuto il viaggio a Gubbio che avevano programmato prima del delitto, ma non è stato un momento romantico: nel frattempo, Amanda ha costruito una famiglia propria.
Amanda è tornata sul luogo del delitto per incontrare il pubblico ministero, ma anche per elaborare il lutto e dire addio ai ricordi di una vita precedente. Oggi desidera ricordare Meredith nella sua semplicità, pur continuando a vivere questo ricordo con sofferenza.
In conclusione, è stata presentata la famiglia di Amanda. Il marito ha raccontato di averla conosciuta durante un incontro semplice e gioioso, pur percependo il dolore che lei portava con sé. Oggi vede in Amanda una donna coraggiosa, capace di insegnare, attraverso la propria esperienza, quanto sia importante cercare di diventare persone migliori.











