di Marinella Marino
C’è un istante per chi ha ancora memoria viva delle domeniche dell’infanzia in cui il tempo sembra rallentare: è quando, nella tarda mattinata, da lontano arrivava il profumo del sugo che cuoceva, della pasta che bolliva, del pane appena sfornato. Quella scia nell’aria che attraversava cortili, finestre socchiuse, strade silenziose e convocava tutti attorno ad un tavolo: “Vieni è pronto in tavola”. Quello che a prima vista puo’ sembrare un dettaglio della vita quotidiana, in realtà racchiude una forza straordinaria: è un richiamo ad un rito che da generazioni segna la vita degli italiani.
Non importa se si tratta di un grande pranzo di famiglia, con decine di persone sedute, lungo un tavolo allungato con assi di legno e tovaglie cucite insieme o di un incontro piu’ intimo, con pochi parenti ed un piatto semplice, preparato con amore. In ogni caso, la domenica diventa il giorno in cui il cibo non è solo nutrimento, ma occasione di dialogo, di memoria condivisa. Il pranzo della domenica è, da sempre, uno dei pochi momenti in cui l’Italia, con le sue mille differenze regionali, i dialetti, le memorie, i piatti, riesce a parlare con una sola voce. E’ il momento in cui il Nord accoglie il Sud, la montagna accoglie la costa, l’antico si mescola con il contemporaneo. E’ un rito che ha la capacità di azzerare le distanze e di creare un terreno comune, dove la diversità non divide, ma arricchisce.
A tavola davanti ad un piatto condiviso, le differenze diventano armonia, come le voci di un coro che, pur diverse, trovano, incontrano un’unica melodia. Ogni tavola diventa un atlante, un piccolo viaggio attraverso la geografia italiana, capace di far dialogare la pianura con l’Appennino, la laguna con le campagne, i borghi con le città, trasformando ogni pasto in un’occasione di conoscenza reciproca e di comprensione culturale.


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